Editoria

Jerusalem

Giovanni Chiaramonte
Figure della promessa

Fin dall’inizio della mia esistenza io come tanti, forse come tutti, ho vissuto l’esperienza del sentirmi nato lontano: lontano da me stesso come lontano dal luogo sconosciuto in cui avrei voluto e dovuto essere posto secondo il desiderio del cuore.
L’essere sempre situato a distanza quale condizione della mia vita e il distacco quale condizione nella vita di ogni uomo, dato il comune destino nel reciproco abbandono della morte, si sono impressi in me come l’inspiegabile pena di una dolorosa passione, eppure si sono via via rivelati la necessaria apertura alla libertà della coscienza, l’unica soglia per affacciarmi sull’abisso che si spalanca sempre dentro di me e l’unico belvedere per contemplare lo sconfinato che si allarga ovunque e in ogni momento sull’orizzonte attorno a me.
Nel crescere degli anni ogni sguardo è divenuto uno specchio dell’attesa, una messa in prospettiva rispetto al limitato e limitante qui e ora del mio giorno e del mio luogo. Nella messa a fuoco del desiderio, ogni pensiero si è mosso alla ricerca di un punto di fuga dalla solitudine del mio io e dalla superficie del mondo dove nulla di nuovo sembra mai venire alla luce del sole e dove tutto nella vicenda della natura e della storia si rivela finito e mortale.
Lungo questo percorso, io ho sentito indirizzate anche a me le parole rivolte dal Signore ad Abramo: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò … e tu diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra.
Generato nella famiglia di una terra dove si alzano ancora al cielo i templi e le colonne delle antiche divinità pagane di Atene e Roma, gli occhi della prima giovinezza hanno percepito ed osservato le figure e le forme del mondo secondo la misura della disperazione. Per lungo tempo, lo sguardo del cuore, cieco come quello dei discepoli di Gesù a Emmaus, nella maledizione della lontananza non è riuscito a vedere qualcosa di vero o di buono o di bello destinato alla vita e degno di essere rappresentato e ricordato nella memoria dell’immagine.
Nella Gerusalemme dei popoli che è la Chiesa in ogni tempo e in ogni luogo del mondo, anche a me, che non appartengo per genealogia di sangue alla discendenza di Israele, è stata impartita la benedizione di Abramo in nome e nel compimento della promessa fatta a lui dal Signore: la prossimità qui e ora dell’Altro vivente al di là del tempo e oltre lo spazio, la custodia di Colui che è al di là del nome e oltre ogni nome e che pure chiama ciascuno per nome, donando la sapienza della Legge, per percorrere con gioia e giustizia la via della vita.
La benedizione della prossimità nella figura e nella promessa di Abramo si è compiuta nella comunione di Dio nella persona di Gesù Cristo. Salito a Gerusalemme dopo tre anni di predicazione alle tribù d’Israele, morto in croce per decreto di Roma e deposto in un sepolcro, Egli è divenuto il silenzio ultimo della parola di ogni uomo, anche della mia, assumendo ogni lontananza, ogni distanza, ogni maledizione, ogni distacco, ogni abbandono nell’accettazione della morte come offerta di benedizione per tutti e in nome di tutti.
Come per il buon ladrone e per il centurione sul Golgota, anche per me il perdono di Gesù dalla croce, sguardo eterno di misericordia, è la luce che illumina ogni tenebra del mondo e apre gli occhi di ogni uomo sino agli estremi confini della terra, donando la capacità di vedere, perché Egli dona la capacità di amare tutto ciò che il destino fa vedere in mezzo al sangue e alle rovine della storia. Festeggiando la Pasqua degli ebrei con Gesù, gli apostoli e Maria, in quel cenacolo di Gerusalemme che è la celebrazione di ogni Messa, nell’atto comune di spezzare il pane e bere il vino insieme, l’indicibile diviene dicibile e viene finalmente detto, l’invisibile diviene visibile e viene finalmente visto: in questo impensato evento di grazia io ho potuto continuare a vivere, a scrivere e a fotografare.
Io sono salito a Gerusalemme da Berlino dove, dal 1984, ho cominciato a risiedere per periodi sempre più lunghi, seguendo negli anni la ricostruzione della città dopo le distruzioni dell’ultima battaglia combattuta sul fronte occidentale della Seconda Guerra Mondiale, e dopo le demolizioni in vista di un avveniristico progetto metropolitano a modello della californiana città degli angeli. Di fronte alle rovine della stazione ferroviaria di Anhalter come attraversando la distesa di sabbie e detriti nello spazio desolato in cui fino al 1945 si alzavano gli edifici di Potsdamer Platz, mi venne spesso da immaginare la folla dei vivi che animava quello che era il centro della città e il cuore di una capitale del mondo. Fui preso più volte dal desiderio di incontrare i volti e le parole di alcune delle figure che proprio in quel tempo meditavano sulla cultura e sul destino dell’Occidente, le cui riflessioni stavo cercando di ripercorrere sulle pagine dei loro libri: Romano Guardini, Martin Buber, Walter Benjamin, Gershom Scholem, Franz Rosenzweig. Passeggiando tra i busti dell’imperatore Cesare Augusto e quelli dei suoi successori a Charlottenburg o tra le colonne greche erette tra la Porta di Brandeburgo, la Unter den Linden e l’isola dei Musei, mi sono trovato di fronte all’evidenza che a Berlino, come a Parigi, come a Londra, come a Washington, il pensiero dell’uomo moderno ha deciso di ricostruire Roma sul fondamento di Atene, adottando in forma nuova quella concezione di potere e di governo che, sotto il segno dell’aquila, aveva portato le legioni a distruggere Gerusalemme e a disperdere tra le lingue delle nazioni i figli della promessa.
Nel qui dove io ora sono, a proposito di Gerusalemme, come Tobia posso dire che gli abitanti di tutti i confini della terra verranno verso la dimora del tuo santo nome, portando in mano doni, per il re del cielo. Generazioni e generazioni esprimeranno in te esultanza e il nome della città eletta durerà nei secoli.
Nell’immagine impressa dalla luce vive soltanto il tempo presente: come una profezia del Giudizio, la fotografia testimonia che non ci può essere nostalgia del tempo passato o paura del tempo futuro, perché nel dramma di ogni momento respira e si rivela come speranza l’istante perenne della memoria di Dio.

 

 

WESTWARDS

Giovanni Chiaramonte
WESTWARDS
Testi di Andrea Dall’Asta e Laura Geronazzo

La Galleria San Fedele dal 20 gennaio al 20 febbraio 2014 presenta Westwards, l’opera fotografica di Giovanni Chiaramonte, realizzata tra il 1991 e il 1992 in occasione del cinquecentesimo anniversario della scoperta dell’America.
L’opera fu pubblicata in edizione italiana e inglese e fu esposta alla Biennale di Venezia, nelle più importanti città italiane e a New York nella galleria del Hunter College.
Nelle immagini di Giovanni Chiaramonte, scattate sotto lo spettacolo del vasto cielo che sovrasta città, deserti, spiagge sull’oceano tra California, Arizona, Texas, Alabama, Mississippi, Tennessee, Florida, gli Stati Uniti si mostrano non solo come un immenso paese in cui è ancora presente l’epopea del West e l’avventura della conquista dello spazio, ma come la nazione che si è voluta far erede dell’intera cultura occidentale. Il fondamento greco e latino si rivela nelle colonne classiche disseminate ovunque sino al Partenone di Atene, fedelmente ricostruito a Nashville, la tradizione cristiana appare nelle innumerevoli croci che punteggiano l’orizzonte del territorio, mentre la tragedia dell’Olocausto nel memoriale di Miami chiude il viaggio alle radici dell’Occidente contemporaneo.
Uomini, donne, bambini, famiglie, turisti, bagnanti si muovono sulla linea dell’orizzonte in costante relazione con l’altezza del cielo e la profondità dell’oceano, mentre le figure delle automobili punteggiano ogni spazio, fino al deserto e alle spiagge, quali segni insopprimibili del tempo in cui viviamo.
La capacità di Chiaramonte di cogliere l’evento quotidiano e marginale fa sì che raramente i luoghi da lui ritratti, ancorché celebratissimi, risultino riconoscibili a prima vista, ne emerge invece una potente tensione tra il visibile e il vuoto creato dall’assenza di un evento centrale, dalla quale le immagini traggono la loro forza.

 
 

INSCAPE __ Piccola creazione

Per Gerard Manley Hopkins

Nel cerchio immaginario che gli occhi tracciano quando lo sguardo compie un giro dell’orizzonte per osservare la realtà attorno a sé, la luce radente dell’alba, come quella del tramonto e del basso sole d’inverno, origina spesso apparizioni singolari, uniche e irripetibili. Possono essere libri e vasi nell’angolo di una stanza, sassi e muschi di un sottobosco, arborescenze sulla riva di un fiume, oppure ruote di veicoli in strada e dettagli di architettura sulla facciata di un edificio. Nell’istante di questa illuminazione, ogni cosa sembra non essere più solo una cosa ed essa assume una consistenza inaspettata. Ciò che un attimo prima giaceva nell’indifferenza dello sfondo, appare improvvisamente dotato di un’identità propria e s’irradia una forma interna che attrae e consola lo sguardo con la propria presenza. In quel momento, attraverso la rivelazione di questa forma interiore, il mondo attorno ti accoglie come in una dimora e, attraverso lo sguardo che la coglie, il tuo essere riesce ad accogliere e a fare proprio il mondo intorno a te. Inscape è il nome che il poeta Gerald Manley Hopkins ha dato a questa dimensione della forma e della visione che illumina il mio vivere e il mio vedere.
Giovanni Chiaramonte

 
 

Interno perduto_L’immanenza del terremoto

Giovanni Chiaramonte
Interno perduto_L’immanenza del terremoto

Le gravi scosse di terremoto verificatesi in Emilia Romagna nel maggio 2012 hanno causato, accanto a vittime e feriti, danni catastrofici agli edifici e alle infrastrutture. Numerosi edifici storici, tra cui oltre 100 chiese, perlopiù medievali, rinascimentali e barocchi, sono crollati.
Le immagini realizzate da Giovanni Chiaramonte alle architetture distrutte di questa terra, sfociate in un libro e in una mostra, che da Potsdam e Monaco in Germania ha itinerato in Italia in varie località dell’Emilia e a Milano, sono l’esito di un viaggio in Emilia intrapreso nei giorni immediatamente successivi allo sfregio, quando nulla è ancora stato rimosso, spostato, velocemente dimenticato e quando l’immanenza della vita e del terremoto si presenta in tutta la sua verità prima di svanire e trasformare irrimediabilmente e per sempre l’anima originale della terra e dell’uomo.
Le fotografie si suddividono in due grandi gruppi tipologici: il primo raffigura l’architettura, ridotta improvvisamente a rovina, sia essa un cimitero, un casale o una chiesa, in relazione al suo intorno; il secondo gruppo di immagini restituisce gli interni perduti dello spazio sacro, articolando un’inedita iconografia contemporanea dell’arte cristiana.
Le impressionanti immagini fotografiche realizzate da Giovanni Chiaramonte ci conducono a contemplare le ferite e la distruzione degli edifici storico-artistici, mostrandone lo splendore e la dignità, ma anche il grido di aiuto.

Volume pubblicato da Franco Cosimo Panini, Modena

 
 

L’altro. Nei volti e nei luoghi

Giovanni Chiaramonte
L’altro. Nei volti e nei luoghi

Una dimensione assolutamente nuova dell’abitare sta emergendo nelle città europee: oggi nei più importanti quartieri che hanno costruito nei secoli l’identità delle principali città abitano e vivono il loro destino numerose etnie non europee che formano ormai una parte importante della popolazione.
L’altro nasce dallo stupore di fronte ai profili architettonici costituenti l’identità delle città, animati da attori antropologicamente e culturalmente stranieri e destinati a costruire comunque la nuova identità urbana.
Le immagini de L’altro si pongono come contemplazione della dignità e della grandezza del fenomeno umano e sono in grado di prefigurare la condizione presente e futura della civiltà europea.
Il libro contiene 36 personaggi, rappresentati con una struttura primaria formata da quattro immagini: la prima, singola, dedicata alla veduta urbana esterna dove lavora o abita il personaggio, seguita da un trittico dedicato al volto e alla figura dello stesso nel suo ambiente interno. Le immagini singole delle vedute esterne si propongono di comunicare una nuova percezione della città. I trittici danno forma e figura ai personaggi della storia, secondo una rappresentazione epica, con la centralità del volto e con il drammatico contrappunto laterale tra le memorie etniche delle figure umane fotografate e le memorie architettoniche interne ed esterne della loro nuova città.
Il poeta Umberto Fiori, uno dei più rilevanti della sua generazione e di cui l’anno prossimo Mondadori curerà l’opera omnia, ha scritto per l’occasione venti poesie, che danno voce al mistero dell’altro che abita in noi e accanto a noi.
Il volume si pone a tutti gli effetti come un capolavoro della tipografia italiana per la sua unicità. A questo proposito scrive Kurt Forster, già fondatore e direttore del Getty Research Center: “Con i suoi trittici Chiaramonte … amplia il nostro sguardo sulla vita e ci obbliga a navigare nel flusso del tempo, girando vorticosamente e desiderando di raggiungere un baricentro dove una immaginaria simmetria ci fa vedere, come nei palmi delle mani, i lineamenti della sorte”.

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Formato cm 22×30
Pagine 248 con 36 trittici in sestini
Euro 55,00
Editore: ITACA / ULTREYA